IL MIO BLOG

Il mio Ironman (quando i sogni diventano realtà)

Roberta Liguori

You. Are. An. Ironman.

Questa è la frase che ha risuonato nelle mie orecchie per un intero anno di allenamenti.
Durante i training più lunghi, quando la noia e la fatica prendevano il sopravvento, immaginavo di percorrere la passerella che mi portava al traguardo, quella con il morbido tappeto rosso, le tribune gremite di persone ai lati e la musica rock ad alto volume. E mi vedevo lì, spossata ma straordinariamente felice, che passavo sotto l’arco nero con la caratteristica M rossa in cima, esultando.

E quando era davvero dura, quando lo sforzo sembrava insopportabile, quando temevo di essere arrivata al limite di sopportazione e di non potere più andare oltre, a questa meravigliosa immagine aggiungevo una potente voce al microfono che declamava: “Roberta, you are an Ironman!
La carica che provavo al solo pensiero che presto avrei davvero vissuto quell’emozione mi faceva spostare il mio limite un po’ più avanti, e così facendo, sono diventata sempre più brava.

La prima volta che ho ascoltato quella voce nella realtà, durante la gara, è stato all’arrivo dei primi atleti, mentre io ero ancora impegnata nel secondo giro di corsa. Il percorso della Maratona era un anello da percorrere per ben quattro volte, che passava accanto al traguardo. Per tre volte potevi solo sfiorarlo, annusarlo, intravederlo senza potervi accedere, e solo al quarto giro avevi finalmente il diritto di imboccare la passerella. Eh già, proprio la passerella rossa dei miei sogni.

Il primo giro di corsa è stato relativamente facile. Con tecnica, focus e pazienza me la sono cavata a buon ritmo, ma dal secondo, la tortura. Il neuroma di Morton che affligge il mio piede ha iniziato a ribellarsi per lo sforzo e dovevo continuamente fermarmi, togliere la scarpa e massaggiarmi per avere un po’ di sollievo dal dolore.

Certo i centottanta chilometri percorsi prima in bicicletta non avevano aiutato, come non aveva aiutato la mia caparbietà a voler mantenere i 30km/ora per tutto il tragitto. Ma di meno non mi sembrava dignitoso quindi via, stesa sulle mie adorate appendici, a tutta. E se fanno male i quadricipiti, i polpacci, il collo le spalle e il culo chissenefrega. Sto facendo un Ironman diamine, mica una passeggiata in centro.

Solo la frazione di nuoto non ha lasciato strascichi evidenti di dolore. “Allora hai spinto poco” direbbe il mio amico e coach Stefano Gregoretti, ma in questo caso so che non è vero. So di avere dato il massimo dal primo all’ultimo secondo infatti l’ottimo tempo (sempre per i miei parametri eh) di 1 ora e 18 testimonia che proprio così calma non me la sono presa.

Alla fine l’Ironman è un gioco di equilibrismo: come un funambolo devi rimanere in equilibrio sulla sottile fune del tuo massimo sforzo, evitando di scivolare dentro il 101 percento. Perché se questo accade, ormai è troppo tardi e non puoi più recuperare. La tua gara finisce lì.

E proprio mentre correvo su quella fune, in equilibro tra il controllo del dolore, l’organizzazione dei momenti in cui mangiare e bere e la gestione dei miei stati d’animo per evitare di impazzire dopo quasi 12 ore filate di fatica (per fortuna sono una Mental Coach e conosco il libretto di istruzioni della mia mente), ho realizzato di essere arrivata all’ultimo giro di corsa.
L’ultimo giro, l’ultimo, cazzo! e finalmente varcherò l’agognato traguardo.

La voce continuava a proclamare Ironman i triatleti che mano a mano stavano terminando la loro impresa, e io affrontavo determinata gli ultimi dieci chilometri che mi separavano dal mio sogno. E nella vita che ci ho impiegato per percorrerli, ormai stremata e dolorante in ogni centimetro del mio corpo, ho rivissuto tutti gli attimi di questa straordinaria esperienza.

La colazione fatta ascoltando “Somewhere over the rainbow”, melodia che qualche atleta che dormiva nel mio hotel ha deciso di sparare ad alto volume come auspicio per ottenere la qualifica per Kona, il sogno di tutti i triatleti; la craniata fotonica data durante la frazione di nuoto alla canoa di salvataggio che proprio non avevo visto, troppo occupata a superare a suon di sberle un tizio che non voleva lasciarmi passare (per la cronaca: alla fine sono passata io); la fatica fatta per riuscire a mangiare barrette sulla bici senza rallentare, che a momenti mi strozzo; la paura avuta quando quel coyote del messicano mi ha tagliato la strada in discesa ai centomila all’ora; la gioia di sentire le urla incitanti dei miei amici venuti in aereo dall’Italia per starmi accanto; il sapore divino dei sali agguantati al volo al ristoro, che danno sollievo al corpo e uno sprazzo di lucidità alla mente; il gruppo di veneti che ha intonato RO-BER-TA! quando ha visto che ho iniziato a camminare durante la maratona, e che ho tranquillizzato dicendo che era una strategia, avrei camminato solo per 60 secondi.

Ed è proprio a questo punto che, riemergendo dai miei pensieri, me la sono trovata lì davanti, a pochi metri da me. La passerella dell’arrivo.
La stanchezza? Svanita. Ma svanita del tutto eh! E non parlo solo di quella della gara, ma anche di quella di un anno di allenamenti. Appena il mio piede ha toccato il tappeto rosso mi sono sentita rinvigorita come se fossi appena uscita da un massaggio rilassante.
C’era proprio tutto: le tribune gremite di persone festanti, la musica rock sparata ad alto volume e l’arco del traguardo nero, lucido, sfavillante, con l’amata M in cima.

Il tizio col microfono in mano mi attendeva lì, a pochi metri dal traguardo. Ha aguzzato lo sguardo per leggere il mio nome sul pettorale, mi ha presentato a tutti “Roberta, de Italia!” mi ha dato un vigoroso “cinque” e, finalmente, ha urlato:

“Roberta: YOU ARE AN IRONMAN!!!”

E non era più un sogno. Era quando i sogni diventano realtà.

Perché ora è tutto vero.

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